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L'attacco americano all'Iran sullo sfondo di una "guerra fredda" del mondo arabo


Mentre il mondo osserva con cautela le possibili decisioni del presidente Trump sull’Iran, le truppe americane attendono ordini lungo le coste della Penisola Arabica. Sullo sfondo di questa tensione internazionale si consuma una profonda frattura all’interno del mondo arabo: quella tra Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, due Paesi un tempo alleati e oggi sempre più distanti.

Negli ultimi anni, quella che era un’amicizia strategica si è trasformata in una guerra commerciale e militare non dichiarata, combattuta non con eserciti regolari, ma attraverso milizie paramilitari attive soprattutto in Yemen e nel Corno d’Africa.

La crisi tra i due Paesi esplode inizialmente in Yemen. Il governo federale del Presidential Leadership Council (PLC) è da anni in conflitto con i ribelli Houthi, sostenuti e finanziati dall’Iran. Nelle prime fasi della guerra, sia l’Arabia Saudita sia gli Emirati Arabi Uniti avevano appoggiato il governo di Aden.

La situazione cambia radicalmente con l’ingresso nel PLC di gruppi legati alla Fratellanza Musulmana, considerata il principale nemico ideologico di Abu Dhabi, insieme al cosiddetto Governo del Sud dello Yemen. Quest’ultimo rappresentava inizialmente una delle principali forze del governo ufficiale, che durante la guerra si era rifugiato a Riad.

Dal 2017, il Governo del Sud smette di seguire le direttive degli esponenti in esilio in Arabia Saudita e lancia una propria campagna militare, combattendo non solo contro gli Houthi ma anche contro le fazioni rimaste fedeli al vecchio governo centrale.

Il Governo del Sud controlla oggi snodi marittimi fondamentali per il commercio globale, in particolare le rotte che conducono al Canale di Suez. Proprio per questa importanza strategica, gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso di puntare su di esso, fornendo supporto militare e logistico diretto.

Nel 2026, mentre il Governo del Sud stava conquistando ampie porzioni di territorio, si è arrivati allo scontro diretto con Riad. L’Arabia Saudita, che continua a credere nella supremazia del PLC, ha bombardato anche convogli di armi provenienti dagli Emirati, segnando una rottura ormai evidente tra i due ex alleati.

Parallelamente, sullo sfondo africano, si consuma una guerra civile quasi ignorata dai media europei: il conflitto in Sudan, che colpisce soprattutto la popolazione civile, vittima di una violenza legata a interessi economici e strategici.

I due schieramenti in guerra sono:

  • SAF (Sudanese Armed Forces), l’esercito regolare, sostenuto dall’Arabia Saudita;

  • RSF (Rapid Support Forces), le forze hemedti, sostenute indirettamente dagli Emirati Arabi Uniti.

Le motivazioni dei due Paesi del Golfo sono profondamente diverse.

L’Arabia Saudita è interessata alla sicurezza del Mar Rosso, attraverso il quale transita circa il 12% del commercio mondiale. Le navi mercantili fanno scalo principalmente a Port Sudan, oggi sotto controllo SAF, e a Jeddah, grande hub commerciale saudita. Un blocco delle rotte marittime provocherebbe una grave recessione economica per Riad.

Gli Emirati Arabi Uniti, invece, guardano al Sudan come a una risorsa mineraria strategica. Dubai e Abu Dhabi sono diventate capitali mondiali della raffinazione dell’oro, gran parte del quale viene estratto nelle miniere sudanesi controllate dal RSF. La difesa di queste miniere è affidata a mercenari finanziati dagli Emirati, rendendo il conflitto un tassello chiave della loro strategia economica.

Le divisioni tra Emirati e Arabia Saudita emergono con forza anche oggi. Gli Emirati Arabi Uniti spingono per un attacco immediato contro l’Iran, mentre l’Arabia Saudita sembra preferire una soluzione diplomatica, temendo un’escalation incontrollabile.

La paura della famiglia Bin Salman è sempre più evidente: l’emirato vicino sta progressivamente conquistando un ruolo egemone nel mondo arabo, non solo sul piano economico, ma anche militare e geopolitico.

 Alvise Chaym Ravà

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